ISTITUTO DI PSICOSINTESI
fondato da Roberto Assagioli

L'ascolto profondo - John Earle

Molti di noi vogliono mettersi al servizio in questo mondo e sono ispirati a far sì che la loro vita e il loro lavoro siano utili agli altri. Il desiderio di aiutare gli altri è nobile, ma il servizio più efficace e potente che possiamo offrire avviene attraverso il distacco più che basandoci sulla paura. Il distacco che intendo è definito da Angeles Arrien come “la capacità di prendersi cura profondamente o mantenere compassione da un punto di vista oggettivo”.

Per raggiungere questo tipo di distacco dobbiamo lasciar andare il bisogno di far andare bene le cose, e il nostro imperativo angosciato di far sì che le cose cambino. Dobbiamo essere disposti a lasciare che gli altri abbiano le loro esperienze e onorare queste esperienze. Quando agiamo in questo modo, stiamo facendo il meraviglioso lavoro dell’amore come se fosse un’attività sovversiva. Questo tipo di amore è quieto, non cerca ricompense o riconoscimenti. Il nostro obiettivo è di creare uno spazio amorevole per qualsiasi cosa stia accadendo in quel momento, piuttosto che creare un risultato specifico dettato dalle nostre paure. Creiamo un contenitore sicuro per le difficoltà dell’altro piuttosto che cercare di forzare un cambiamento basato sulla paura! Questo è vero lavoro spirituale perché, anche se il suo effetto è visibile, la sua causa è spesso invisibile. Nei momenti in cui conseguiamo questo risultato stiamo lavorando per l’amore a un livello molto potente. Come aiutiamo gli altri non è un’azione forzata ma fluisce naturalmente.

Imparare ad ascoltare profondamente è un’eccellente pratica attiva quando il nostro obiettivo è il distacco compassionevole. Ascoltare è diverso da udire. Come counselor, sono benedetto per avere la meravigliosa possibilità di praticare l’ascolto profondo. Nella mia opinione, essere un bravo ascoltatore è più difficile da padroneggiare che non essere un consigliere e, in aggiunta, i risultati nel primo caso possono essere straordinari. Comunque sia, prima di riuscire ad essere dei bravi consiglieri dobbiamo essere dei bravi ascoltatori. Quando ero più giovane, prima di comprendere il potere dell’ascolto profondo facevo impazzire i miei amici con consigli non richiesti. Loro mi raccontavano la storia della loro vita e io immediatamente offrivo una soluzione al loro dilemma o gli consigliavo come guardare al loro problema in modo diverso. Mi dicevano che i consigli erano buoni ma mi dicevano anche che in verità non li volevano. Probabilmente già sapevano qual era la soluzione. Tutti di fatto conosciamo le soluzioni ai nostri problemi e se una soluzione è inizialmente oscura riusciamo a trovarla o a tirarla fuori usando le quattro strategie. (NdT il testo non fa un riferimento chiaro a quali siano poi queste strategie)

Alla fine la maggior parte delle persone non raccontano le loro storie per ottenere consigli: raccontano le loro storie per essere ascoltati. Minori sono le opinioni e i commenti che condividiamo con loro più si sentono ascoltati. E più profondo è il livello di ascolto, maggiore è il livello di sicurezza che prova chi racconta. Alcune volte le persone chiedono consigli, ma in verità spesso vogliono solo che qualcuno li ascolti pienamente e apprezzi la loro condizione. Spesso troviamo le soluzioni che cerchiamo semplicemente raccontando le nostre storie. I consigli possono ostacolare la creazione del senso di sicurezza e compassione. Per essere un ascoltatore migliore una delle prime cose che dobbiamo fare è lasciar andare il bisogno e il desiderio di dare dei buoni consigli.

Mentre i nostri figli crescevano, Babbie e io abbiamo avuto un momento di rivelazione proprio riguardo al dargli dei consigli. Come qualsiasi tipico genitore impaurito davamo consigli spesso e naturalmente ci sentivamo convinti che questi consigli erano buoni e necessari. Dopo tutto derivavano dalla nostra stessa esperienza. Non stavamo forse facendo quello che i genitori hanno sempre fatto? Però abbiamo constatato che più consigli davamo, meno i ragazzi volevano condividere le loro storie. Un giorno stavamo ascoltando la radio, stavano intervistando una mamma e una figlia. La figlia aveva appena scritto un libro che descriveva quanto fosse stata meravigliosa sua madre mentre lei cresceva. Quando l’intervistatore chiese alla figlia quale secondo lei era la caratteristica più saliente della relazione con sua madre la figlia rispose che sua madre le aveva sempre dato dei buoni consigli. L’intervistatore a quel punto chiese alla madre cosa ricordasse del rapporto tra loro e lei rispose “Non le davo mai dei consigli se potevo. Io ascoltavo e basta. In quel modo mi ha sempre detto quello che stava succedendo nella sua vita.”

Oltre a essere uno dei consigli più saggi che abbiamo mai ricevuto sui nostri figli, questa raccomandazione di “semplicemente ascoltare” ci ha aperto un modo nuovo di stare con gli altri, specialmente quando avevano qualcosa di importante che volevano condividere. Quando abbiamo seguito questo consiglio il nostro rapporto con i nostri figli cambiò drammaticamente. Loro si sono sentiti liberi di condividere le loro vite e esperienze con noi, e proprio perché non gli offrivamo consigli tutto il tempo loro si sentivano al sicuro. Ora i nostri figli sono tutti adulti. Le persone sono spesso sorprese da quante volte i ragazzi ci telefonano, semplicemente per parlare. Naturalmente, sentiamo spesso l’urgenza di consigliarli, di cercare di incasellarli in un modo che ci farebbe sentire più a nostro agio, e certe volte in effetti gli offriamo dei consigli. Ma i consigli possono essere visti come giudizi e abbiamo notato che c’è una relazione chiara tra quanti consigli diamo e quanto spesso i nostri figli adulti ci chiamano. Troppi consigli diminuiscono decisamente la quantità di comunicazione vera. Ascoltando più profondamente ci rendiamo conto quando i consigli sono veramente ricercati e diventiamo più sensibili al modo in cui dovrebbero essere presentati o addirittura capiamo se li dobbiamo dire o meno. Impariamo la saggezza che ci insegna che conoscere le risposte non richiede che vengano pronunciate; e che ci sono momenti in cui offrire una risposta non aiuta, ad esempio quando quella persona è nel bel mezzo del suo processo di apprendimento. 

 

Traduzione dicembre 2015 - Simona Viterbo