ISTITUTO DI PSICOSINTESI
fondato da Roberto Assagioli

Diventare Vivi - Cristiane Singer

Diventare vivi

(conferenza della scrittrice Cristiane Singer tenuta durante il Forum di Lione “Diventare vivi”)

 

     Eccoci dunque insieme.

    Nel momento in cui stiamo per levare l’ancora per una traversata incerta, in questo momento in cui si apre questa conferenza, c’è nell’aria una solennità, un’emozione, la mia, la vostra.

Un’apertura, una disponibilità, un’improvvisa capacità in ognuno di noi di afferrare l’istante. Io vi sento in ascolto, sento lo scricchiolio del vostro ascolto. Mi sento mentre lo ascolto. Si crea uno spazio fragile, sottile, sensibile, come lo spazio tra la corteccia e l’alburno, uno spazio vulnerabile in cui non occorre dir niente, in cui non c’è niente da aggiungere né da togliere. In questo spazio in cui ci sentiamo respirare si celebra un mistero, il mistero della Presenza. Qualche cosa comincia e noi entriamo insieme in questo spazio. Un istante fa eravamo sulla soglia e ora entriamo. Tutti gli istanti della nostra vita sono così. Tutti senza eccezione, degli hic et nunc (qui e ora) di Dio, tutti, ma non li percepiamo così.

    La separazione da noi stessi nella quale spesso viviamo ci separa anche dal Reale, dalla SOLENNITÀ DELL’ISTANTE, e crea una realtà parallela che ad esso si sostituisce.

    Quello che vediamo per tutto il tempo in cui ci troviamo nella separazione è la trappola in cui viviamo rinchiusi, la trappola individuale e collettiva, che chiamiamo realtà, e chi ne conosce tutte le pieghe è un realista.

    A chi percepisce la solennità dell’istante non si rivela un mondo soprannaturale, meraviglioso o fantastico. No. Si rivela a lui soltanto il REALE puro e semplice, QUELLO CHE È sempre nell’intensità delle origini, quando per un momento la benda che ci copriva gli occhi si dissipa e da non vedenti che eravamo diventiamo vedenti o meglio veggenti (mistici) quando, vediamo finalmente solo QUELLO CHE È.

    Il mondo cosiddetto realista fa di me il fedele di una religione sanguinaria, trasformando tutto ciò che un istante prima era vivo, in denaro, in cifre, in andamento della Borsa, in attualità televisiva, in freddo e ghiaccio. Fondamentalismo orrido dei nostri mercantilismi occidentali. Miraggio mortale e planetario. Ma tutto questo poderoso campo di coscienza collettiva si dissipa immediatamente quando per un istante, uno solo, io entro in contatto con la solennità di un istante, con la Presenza.

    L’altra sera, mio figlio Raffaele ha invitato a casa alcuni amici, ragazzi e ragazze di sedici anni, disordinati, rumorosi, caotici, con la loro musica assordante che non è certo la mia. Nel cuore della notte, entro nella grande sala dove dormono tutti nei sacchi a pelo. Luna piena.

E improvvisamente io li vedo! Vado dall’uno all’altro e li vedo! Non so che cosa succeda, ma io li vedo. Vedo fino in fondo all’abisso dell’amore. Mi affiora alle labbra una frase di Baal Shem Tov, il fondatore del chassidismo. “Io amo il più miserabile di voi più di quanto ognuno di voi ama il suo unico figlio!”.

Frase che dà le vertigini! Quella notte ho visto di quali straordinari visitatori mi concedeva l’onore la Vita. Li ho amati come e più dei miei figli. Li ho visti. Per un istante sono stata viva per la loro presenza, per la loro presenza nella mia casa. Per un istante il sipario si è sollevato. Ho visto che la diversità ci inganna e che sotto tutte le apparenze e sotto tutti i volti, io ho sempre davanti lo stesso visitatore: il Signore stesso, come è scritto nella Bhagavadgĭtâ.

Certo, io non posso guarire, festeggiare, cullare, stringere il mondo intero al mio petto e nessuno me lo chiede! Ma posso fare in modo che, dovunque vada, abbia il cuore aperto, gli occhi aperti.

Per esempio, ad un certo momento della vita, mi sono decisa a non ignorare più coloro che la vita pone accanto a me nell’autobus, nell’ascensore, in treno. Mi piace soprattutto rivolgere la parola ai ragazzi che fumano.

    “Sai chi stai per affumicare e soffocare? La persona meravigliosa che sei tu…”. Alcuni mi mandano a farmi benedire, certo, ma altri mi guardano con occhi che dicono: ”Che cosa?Tu mi hai visto!… Dunque la mia vita è preziosa!… Tu mi hai visto!…”

    Io vorrei, invecchiando, diventare a poco a poco quello sguardo che va dall’uno all’altro benedicendolo di nascosto: “Ah! Ci sei anche tu! Anche tu sei arrivato su questa terra! Benedetto colui che ti ha creato!”. Se io non guardo con gli occhi dell’amore, ditemi, chi guarderà? ”Tu sei prezioso ai miei occhi, mi sei prezioso e ti amo” (Isaia 43,4). Se non guardiamo col SUO sguardo, chi guarderà? (…)

    Perché sono così rari questi momenti in cui entriamo nella libertà di testimoni del divino?

    Opachi. Siamo opachi per tante identità sovrapposte, impacciati, chiusi tutti, frutto di diversi equivoci! Uno mi prende per sua figlia, l’altro per sua sorella, il terso per sua collaboratrice, ecc.; e in tutto ciò dove resta lo spazio VUOTO per la sua presenza? Guardatemi dunque! Guardate come sono sovraccarica! Tutte queste persone sistemate sulle mie spalle: mio padre, mia madre, mio nonno, mia nonna, la mia istruttrice, mio marito, il mio principale, ecc., e tutti così ben sistemati e soprattutto io non mi muovo, perché potrebbero scivolare. I vecchi hanno le ossa friabili! Anch’io non sono molto sciolta nella nuca. Ma se avete un momento di tempo, posso mostrarvi quello che trasporto nelle valigie che vedete là e nei porta documenti che stringo sotto il braccio. Sono i miei certificati di nascita, di vaccinazione, di naturalizzazione: documenti autentificati e legalizzati, i miei certificati prematrimoniali, titoli giustificativi e attestazioni diverse, contratti di assicurazione e referenze di tutti i miei datori di lavoro. E con tutto questo bisogna spostarsi; voi parlate di un trasloco! Bisogna andare dal punto A al punto B, dalla nascita alla morte! Urge allora la domanda: ma che cosa trasporto? Non so in quale aeroporto siamo avvertiti da un cartello: ”Attenzione, non trasportate bagagli che vi sono stati affidati da estranei. Verificate se non sono scivolati nelle vostre valigie pacchetti sconosciuti!” E noi, che cosa facciamo trasportando per tutta una vita, muli che siamo, tutti i pacchi sia della nostra stirpe sia della nostra classe sociale: contenuti ideologici, giudizi di ogni sorta, regole di comportamento le più degradate, del tipo:”Tutti lo fanno…Non vedo perché proprio io”?

    Che fare di tutto questo?

    Mi affretto a dire che non voglio né dare un consiglio, né suggerire un modo di comportarsi, né proporre una teoria per cui domani dovessi arrossire: cerco soltanto di esprimere una dinamica di trasformazione.

    Non si tratta certamente di piantare tutto, di abbandonare marito, figli, professione, ecc., col pretesto che sono troppo carica per andare avanti!

    Ma posso scegliere di vivere ciò che vivo in una prospettiva che cambierà tutto.

    All’osservazione di una partecipante: ”Più pratico lo zen, più sento che dovrò cambiare tutto nella mia vita”, Richard Baker Roshi, dharma erede di Suzuki Roshi (esistono anche eredità di luci!), rispose: ”Mi lasci fare un esempio. Immagino che lei sia venditrice da McDonald (l’esempio era un po’ malizioso, perché quella signora sembrava piuttosto una segretaria di direzione) e che sia vegetariana. Immagini quale tortura prova in ogni istante. Lei soffoca in mezzo agli hamburger. Ed ecco il mio suggerimento. Da questo momento di ogni hamburger lei fa un’offerta.

Ogni volta che lo presenta al cliente, glielo offre con tutto il cuore come qualcosa di prezioso. Lei si offre tutta in ognuno dei suoi gesti. Immagini con quale ricchezza porrà fine ad una giornata nella luce del dono! Sacerdotessa da McDonald!”.

    Ci sono almeno due maniere di vivere nella prigione ontologica in cui ci pone la vita: rinchiudersi o superarla. Non è sempre utile lasciare quel che crediamo di dover lasciare, perché molto spesso non facciamo che riprodurre un pò più lontano lo stesso ambiente chiuso, lo stesso marito, la stessa moglie.

    Ma perché “divenire vivi”? Non lo siamo forse?

    Amici, c’è una cosa che dimentichiamo spesso e per questo siamo degli zombie sulla terra: che per DIVENTARE VIVI occorre il NOSTRO CONSENSO!

    Anche uno sguardo d’amore, anche un momento di grazia, anche questo presente che ogni attimo non finiamo di celebrare, non bastano! La nascita ha potuto fare a meno del nostro consenso (almeno in apparenza! “Non ho chiesto di nascere”, ecc). Ma nascere crea soltanto le condizioni di massima per farmi venire al mondo!

    Bisogna poi che io accetti questo invito a nascere,che io esca, che io “sorga”.

    Per e-sistere, occorre uscire, uscire dall’ombra.

    C’è nell’Inferno di Dante una specie di mostro col ventre spalancato che resta aperto perché i “piccoli” possano tornare a rifugiarsi al minimo rumore. Non è forse questo il ventre spalancato delle nostre abitudini, dei nostri modi di essere, delle nostre ignavie, dove torniamo continuamente a metterci al riparo perché non osiamo deciderci a nascere?

    Per e-sistere, bisogna uscire dall’ombra, fare un passo fuori dall’ombra. Senza questo slancio VERSO, non c’è esistenza.

    Ildegarda di Bingen, nata 900 anni or sono, una delle più grandi donne del nostro occidente, parla del fianco che Dio ha lasciato aperto nell’uomo, ferita originale: sofferenza certamente, ma anche apertura rituale e simbolo di libertà. Questa apertura, secondo lei, è il segno dell’amore che Dio nutre per la sua creatura creandola libera. Senza di ciò noi resteremmo attaccati a lui, perfetti. Senza di ciò Dio ci avrebbe perfetti. Saremmo la sua “cosa”. E invece ci ha lasciati imperfetti. Non ha tracciato per noi, come ha fatto per le altre creature, il confine esatto per le nostre migrazioni, non ha disegnato prima le nostre strade, non ha suggellato la catena dei nostri atti. Ci ha lasciato il fianco aperto, libero di fuggire, di tradire, di voltargli le spalle o di andargli incontro; libero di scegliere l’ombra o di muoversi verso la luce. La dignità concessa all’uomo è la possibilità della SCELTA.

    E’ in questa dinamica che si iscrivono le iniziazioni, i riti di passaggio dallo stato di natura a quello di coscienza. Sì, ero vivo e ora sono chiamato a diventarlo.

    La presa di consegna di ciò che poteva sembrare fosse stato donato all’inizio, ma che invece si trattava di conquistare, premia la coscienza.

    L’uomo deve consentire al suo destino e non subirlo. L’uomo deve levarsi in piedi e dire a voce alta: sì, scelgo di nascere. Fino a quando non abbiamo detto questo sì, non festeggeremo nozze.

    La mia vita non può essere il prodotto di un rapimento. Bisogna celebrare delle nozze tra lei e me.

    Questo slancio verso – per sempre incompiuto –, sempre in via di farsi, di dispiegarsi, di lanciarsi in avanti (porto ancora nel mio corpo di madre la memoria sconvolta da quegli uragani di quattro, cinque anni, dei figli che si gettavano nelle mie braccia al ritorno da un viaggio).

    La condizione di innamoramento mi dà il sapore di questo slancio; questo slancio che mi porta, mi getta completamente in avanti verso le braccia dell’amato.

    Io oso sostenere che se, in questo istante, in vari punti del mondo, delle donne non si slanciassero verso i loro mariti, dei bimbi nelle braccia di una madre, di un padre, degli amici l’uno verso l’altro, dei caprioli verso la sorgente; se in ogni istante non fosse rinnovato questo slancio che getta l’oceano incontro alla terra, allora il mondo cesserebbe immediatamente di esistere. Perché questo slancio è il nerbo della creazione.

    Alzati! Cammina! In piedi! Tutte queste ingiunzioni di cui vibra il nostro Vangelo! “Ma io sono già in piedi!”

    No, mettiti di nuovo in piedi in ciò che tu credi lo stare in piedi! Apri gli occhi!

    “Ma io ho già gli occhi aperti!” Apri gli occhi negli occhi che tu credi di dover tenere aperti.

    Di inizio in inizio fino all’inizio che non ha fine.

    Un momento, e la paura è eliminata, la paura che avvertiamo tutti al momento dello slancio, nel momento di perderci nell’amore, di annientarci in un altro. E tuttavia proprio questa esperienza, che sul piano della logica ci allontana al massimo da quello che siamo, ci fa precipitare dentro il nostro vero essere. Nel dissolvermi, nel perdermi, io incontro me stesso per la prima volta. Proprio quando mi trovo il più lontano possibile da quello che credevo fossi io, sono infine quello che sono davvero.

    E anche se i nostri amori spesso finiscono con l’abbandono, col tradimento, non pronunziamo giuramenti falsi: “ormai non m’innamorerò più”. Al contrario giuriamo di non amare più con lo scopo recondito di tenere per noi e di possedere; giuriamo di non amare più se non per amare. Siamo forse dei mercenari per aspettarci in cambio una ricompensa dovuta?

    L’amore è per se stesso una ricompensa. Ogni volta che amiamo il mondo risplende e gioisce. Ogni nocchio di legno, ogni selce sono il mio piede, ogni maniglia di porta sono talismani dell’amore! Il mondo intero diventa un talismano. Ormai io sono soltanto slancio, incontro, unione. Io sono viva! Risplendo di ciò che è, rifletto lo splendore del mondo; tra il cuore del mondo e il mio, tutto scorre come dalla sorgente.  

    Qualcuno nel mondo ha posseduto la chiave segreta che apriva il nostro cuore. Non potremo mai ringraziarlo abbastanza; al di là di ogni rancore, di ogni risentimento, possiamo esserne davvero gioiosi e grati.

    Talora anche la morte appare un tradimento. Un’amica che perse in un incidente il marito e i due figli raccontava che, dopo sette anni di disperazione e di lamentele, si svegliò un giorno con questo pensiero: ”Sono sette anni che ti lamenti della loro lontananza. Ma quando hai ringraziato per i quattordici anni della loro presenza?”

    Non ci rende vivi la realizzazione dei nostri desideri e delle nostre attese; ci rende vivi, oltre la gioia e lo sgomento che incontriamo nella vita, la capacità di “rendere grazie”.

    Quello che ci resterà di questo congresso non saranno delle parole, ma saranno dei momenti in cui saremo stati toccati nel nostro cuore. Quel che resterà, quando avremo dimenticato tutto, sarà il dono più prezioso del nostro incontro.

    Ecco le parole che rivolse a Gerta Ital (una delle prime europee che hanno trascorso lunghi anni in un monastero zen in Giappone) il suo maestro il giorno della partenza: “Non dimentichi che la persona che viene a dire addio non esiste. E nemmeno la persona a cui viene a dire addio. Né il luogo in cui si svolge la scena dell’addio”.

    Ancora oggi, quando ripeto lentamente questa frase, avverto nella schiena un brivido. Io non esisto. Tu non esisti. Ma chi esiste - e in quale luce! – è quello che si è intrecciato fra noi, lo “spazio” della relazione, il “tra noi”.

    Perché ciò che non è, siamo tu e io separati, e quello che è, è tutto ciò che ci unisce, tutto il campo fluttuante fra le nostre coscienze, questa intensità, questa immensità di cui siamo partecipi, questa immensità stesa come un’ampia velatura fra Dio, le cose e gli esseri.      

    Ciò che non è, sono l’oceano e la terra separati, ma ciò che è, è il greto in cui si incontrano, il tappeto di sabbia che avvolgono le onde senza stancarsi, lo spazio dei loro giochi violenti e dolci. Ciò che non è, sono il pescatore e la sua barca separati, ciò che è, sono la partenza e il desiderio e il vento che insieme gli permettono di vogare. Le entità, le cose, gli esseri non esistono; ciò che esiste è il soffio che li mescola e li solleva.

    La descrizione del Reale nella nostra società è esattamente l’inverso. Esistono soltanto le cose e gli esseri separati, impacchettati sotto vuoto e cellofan. Certo, dato che si tratta di vendere più cose possibili al maggior numero di persone separate e di mantenere l’illusione della separazione e della mancanza.

    Diventando vivi, operiamo la Rivoluzione più radicale che esiste. Rendiamo a Dio ciò che è di Dio e a Cesare la rappresentazione della moneta e il prezzo della sua rappresentazione. E in questo spazio vuoto, vacuità della via di mezzo, si svolge tutta la vita.

    Quando trova posto in me la grande vita e io partecipo dell’infinito, da dove sono nata per ritornarvi, allora la mia esistenza diventa un’occasione in più che la VITA si concede per fiorire; allora, e senza che occorra diventare un’altra cosa rispetto a ciò che sono già, tutto è trasformato.

    E poiché anche il nostro Forum non è costituito dalle persone che come me vi parleranno, ma da ciò che s’intesse tra loro e voi, poiché il Vivente, il Reale è questo spazio fra tutte le nostre speranze, io vi chiederò, come l’anno scorso, di permettere che nel silenzio si prolunghi ciò che abbiamo cominciato a creare insieme.