ISTITUTO DI PSICOSINTESI
fondato da Roberto Assagioli

“Primo grado di verità: conoscere noi stessi e la propria miseria” Di Bernardo da Chiaravalle

Ma ritorniamo al nostro argomento: se dunque colui che non era misero davvero, volle farsi misero per sperimentare in sé quanto già conosceva, a più forte maggior ragione tu senza bisogno di far mutamenti devi aprire bene gli occhi sulla tua grande miseria ed imparar così, se non ti riesce altrimenti ad essere compassionevole, perché non succeda che vedendo l’altrui miseria e non la tua, tu ti lasci prendere dallo sdegno anziché dalla compassione, atteggiandoti a giudicar il prossimo invece di aiutarlo, dandogli addosso con rabbia invece di farlo ravvedere con dolcezza.

Voi che siete spirituali istruite questo tale con spirito di dolcezza, consiglio o precetto che sia, l’Apostolo vuole che tu soccorra il fratello infermo con bontà d’animo, come vorresti che fosse fatto a te. E per piegar come poter essere benevolo verso il colpevole, aggiunge: considerando te stesso per non cadere in tentazione.

Mi preme farti osservare come il discepolo della verità, segua passo passo gli insegnamenti del maestro, nelle beatitudini già ricordate prima vengono i misericordiosi, poi i mondi di cuore, prima i miti poi i misericordiosio, e l’Apostolo quando esorta gli spirituali ad istruire i carnali dice di farlo con spirito di dolcezza, appunto perché se la correzione fraterna è opera di misericordia, lo spirito di dolcezza è tutto proprio delle anime miti, né quindi non può essere misericordioso chi non ha in se la mitezza. Ecco vedi spiegato dall’Apostolo  quello che dicevo più sopra: che per conoscere la verità bisogna prima cercarla in noi, poi negli altri considerando te stesso. Come facilmente sei esposto alla tentazione ed attratto dal male, imparerai ad esser mite, e a piegarti con dolcezza al prossimo tuo per aiutarlo.

Se poi non vuoi ascoltare l’ammonimento dell’Apostolo, temi il rimprovero del maestro, ipocrita! Cava prima la trave dal tuo occhio e allora vedrai di togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello!

L’orgoglio della mente è una gran trave, alta e grossa! Nella sua corpulenza è vanto non sano, gonfio non robusto, acceca, annebbia il cervello, e se riesce a cacciarsi nell’animo tuo è finita.

Non vedi più come stai dentro in realtà o quel che puoi divenire, ma ti illudi di essere o prima o poi quel che il tuo capriccio ti detta, del resto dimmi un po’, cosa è mai la superbia se non come l’ha definita un Santo: “amore della propria eccellenza”?

Ma l’amore ed anche l’odio non dicono il vero, vuoi sapere come giudica la verità?

Secondo che ascolto, giudico, e non da quel che l’odio o l’amore o il timore possono suggerire. Per esempio son parole dettate dall’odio queste: abbiam la legge e secondo la legge deve morire. Son parole dettate dal timore le altre: se lo rimandiamo così libero verranno i Romani e si impadroniranno della nostra patria e del nostro popolo. Parole dettate dall’amore Davide per il figlio parricida: salvatemi il figlio Assalon.

E’ legge e consuetudine di tutti i tribunali civili ed ecclesiastici che non devono avere parte attiva nel giudizio gli amici intimi degl’interessati, perché appunto facilmente possono ingannare o ingannarsi nel loro affetto. Ora se l’amicizia può diminuire la gravità di una colpa o anche negarla affatto, a più forte ragione l’amor proprio potrà accecarti quando devi condannare te stesso. Se alcuno dunque vuole davvero conoscere in se la verità, deve togliere via la trave della superbia che impedisce all’occhio la luce, deve risolvere in cuor suo di avanzare in questa intima ricerca e così, percorsi i dodici gradi dell’umiltà, raggiungerà il primo della verità, poi ritrovata in se la verità o meglio, se nella verità, tanto da poter dire: “Credetti per questo parlai e mi sono bene umiliato”, allore elevi in alto l’animo suo ad esaltare la verità e raggiuntene così il secondo grado dica: “nel suo turbamento ogni uomo è bugiardo.”

Mi spiego: non credere che il Profeta segua una via diversa o la pesi altrimenti il signore l’Apostolo dietro alle loro orme, infatti: “ho creduto”, egli dice alla verità che insegna: “chi mi segua non cammina al buio”, ho creduto appunto seguendoti e per questo ho parlato, confessando che cosa? Le verità riconosciute per la mia fede, e proprio perché così ho creduto a mia giustificazione, ho parlato a mia salute, mi sono umiliato assai cioè perfettamente insomma vuol dire “ho studiato me stesso”. E afferrata dentro la verità, senza vergogna, anche a mia confessione l’ho manifestata raggiungendo così la perfetta umiltà, perché quel “nimis” del testo si può spiegare perfettamente nel versetto perfettamente “in mandatis eius volet nimis” “che in tutto si diletta nei suoi comandamenti”. Se poi quel “nimis” tu lo vuoi spiegare assai, che i commentatori poi prendono in questo senso, non c’è difficoltà nessuna, che  il pensiero del Profeta torna sempre bene.

Quando non conoscevo la verità mi credevo di essere qualcosa e non ero nulla, invece credendo in Cristo e seguendone l’esempio di umiltà, ho raggiunto la verità, l’ho esaltata in me con le mie labbra, ma al tempo stesso io mi son dovuto bene umiliare, cioè meditando ho toccato con mano la mia miseria.