
Una leggenda per Monte Cuccio
Un gruppo di bambini guardava con curiosità ed ammirazione la Maserati color panna che era posteggiata nella piazza di San Martino, proprio di fronte al bar che fa quella famosa pasta al forno.
Poco distante, seduto su una panchina a guardare il panorama, stava un signore di mezza età, distinto, giubbotto blu e scarpe sportive.
La macchina era sua, e sentendo i bambini che schiamazzavano indicando gli interni di pelle e radica e il volante sportivo, pensò con tristezza : “Guardatela pure per l’ultima volta, tanto domani andrò a venderla”.
Si trattava infatti dell’ultimo bene rimastogli, dopo il crack finanziario, la separazione dalla moglie e la vergogna del processo in tribunale.
La sua era stata una storia di iniziative fortunate, spregiudicatezza, amicizie opportune, guardando sempre avanti e andando in salita, saltando gli ostacoli.
La crisi finanziaria, o chissà che altro, lo aveva però fatto schiantare.
Mentre stava lì a guardare, senza riuscire a riflettere, ecco che arrivò un gruppo di gitanti, uomini e donne di varie età su macchine di media cilindrata.
Portavano piccoli zaini, qualche borsone, addirittura una signora aveva l’ombrello.
Si salutavano con affetto e simpatia ed erano impazienti di iniziare la camminata.
Come attratto da tanta semplicità ed entusiasmo, il signore in giubbotto si alzò e li seguì .
Mentre il gruppo camminava parlando e richiamandosi, osservò che quelli più veloci si fermavano per aspettare gli altri.
Pensò: “Ma questi non hanno voglia di arrivare per primi? ... che li aspettano a fare? Quante volte ho lasciato indietro persone che mi avevano aiutato, ma … gli affari sono affari!”
Dopo un po’ uno del gruppo, accortosi che una signora faceva fatica a portare lo zaino, si offrì di fare cambio con il suo, che era più leggero.
Pensò: “Mai prendersi il peso degli altri, anzi meglio se loro non ce la fanno, così ci sono meno concorrenti!”
La salita si faceva sempre più impervia e a peggiorare le cose fece la sua apparizione la famosa nuvola di Monte Cuccio.
Iniziò a piovigginare.
Le persone del gruppo cercarono freneticamente negli zaini i giubbotti impermeabili e la signora con l’ombrello, soddisfatta, lo aprì.
Tutti si accorsero che il “Tipo” che li seguiva si stava inzuppando e fecero a gara per offrirgli un cappello o un giubbotto impermeabile.
Lui dovette accettare, confuso da tanta generosità - in fondo non lo conoscevano, poteva essere un pericoloso delinquente o un altro figuro inquietante - .
Ma a turno, le persone del gruppo gli davano a parlare, esprimendo la loro fiducia che il tempo sarebbe migliorato e continuando, indomiti, la salita.
In effetti la nuvola scomparve e così pure gli impermeabili.
Al momento della colazione gli furono offerti panini, frutta, vino e caffè.
Ricordò che il suo ultimo panino in montagna risaliva a quando aveva 12 anni. Quanto tempo era trascorso!
L’atmosfera era serena, si discuteva di tante cose di interesse comune e soprattutto di sentimenti e sensazioni.
Questi erano argomenti che lui aveva da sempre tenuto in fondo al suo cuore di imprenditore.
Non si sarebbe certo potuto permettere di mantenere al lavoro quel “marocchino” che si era infortunato schiacciandosi un dito, o continuare a dare lavoro a quella aziendina terzista sull’orlo del fallimento.
“Mors tua, vita mea.”
Non sapendo che cosa dire, parlò dei suoi viaggi, di alberghi di lusso, di ristoranti sul lago ... Ma le domande che gli venivano rivolte erano relative alle persone incontrate, ai costumi, alle tradizioni e alle condizioni di vita dei posti visitati, e lui non poteva rispondere come avrebbe voluto.
Che cosa importava tutto ciò , in quei viaggi aveva concluso fior di affari, conosciuto fior di donne … e questo non si poteva certo raccontare.
La strada di ritorno, in discesa, fu più agevole ma anche ora i più lenti venivano aspettati e aiutati; anche lui si ritrovò a portare uno zaino e ad essere l’ultimo della fila, facendo appoggiare una signora che non aveva le scarpe giuste e scivolava.
Arrivati alla piazza, ci fu l’ultimo scambio di saluti, appuntamenti, calore e simpatia.
Poi restò solo sulla panchina, con la “Maserati” alle spalle.
La guardò e pensò che perdere la ricchezza e ritrovare se stesso poteva essere una nuova impresa che valeva la pena di affrontare.
Conclusione:
Quanti di noi hanno già venduto la Maserati ?